Viet Thanh Nguyen: “Memory is politics in my books”

Viet Thanh Nguyen discusses The Sympathizer and The Refugees and the role of memory in his books in this interview with Eugenio Gianetta in Esquire.

Ci incontriamo appena prima di pranzo al Borgo Antico di Monchiero, una località magica, immersa nel foliage di stagione, vicino ad Alba e al Castello di Grinzane Cavour. È lì perché inserito tra i cinque finalisti dell’ottava edizione del Premio Bottari Lattes Grinzane, sezione Il Germoglio, riconoscimento internazionale che fa concorrere insieme autori italiani e stranieri, dedicato ai migliori libri di narrativa pubblicati nell’ultimo anno.

Mi osserva attento, imperscrutabile, in una posa elegante, con il sole che batte sulla riga dei capelli ordinati. Ha un sorriso serafico, sguardo educato, voce tranquilla, pacata, un pensiero lineare e gentile. Trasmette una sensazione di pace, a dispetto di una vita e una prosa che raccontano ben altro. È lo scrittore vietnamita naturalizzato statunitense Viet Than Nguyen, 47 anni, premio Pulitzer per la narrativa nel 2016 con il suo folgorante romanzo d’esordio Il simpatizzante e tra i finalisti del Premio Bottari Lattes con il libro di racconti I rifugiati, entrambi pubblicati in Italia per Neri Pozza, quest’ultimo dedicato “a tutti i rifugiati, in ogni dove”, i cui protagonisti sono uomini e donne fuggiti negli Stati Uniti da Saigon durante la guerra in Vietnam.

Una storia che lo stesso Nguyen ha vissuto in prima persona quando aveva solo quattro anni e che continua a essere al centro dei suoi libri nel presente (lo scrittore è ora in libreria con il saggio Niente muore mai, opera sulla memoria e l’identità), ma anche nel futuro, con i prossimi progetti letterari: ci anticipa infatti di essere nel bel mezzo della scrittura del seguito del Simpatizzante.

Insieme a lui, tra i finalisti del premio, Andreï Makine (Francia) con L’arcipelago della nuova vita (La nave di Teseo; traduzione di Vincenzo Vega), Michele Mari (Italia) con Leggenda privata (Einaudi), Madeleine Thien (Canada) con Non dite che non abbiamo niente (66thand2nd; traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini) e infine il vincitore del Germoglio Yu Hua (Cina) con Il settimo giorno(Feltrinelli; traduzione di Silvia Pozzi), viaggio nell’Aldilà di un uomo vissuto nella Cina del capitalismo socialista e delle sue contraddizioni, che si è aggiudicato il premio grazie ai voti di una giuria composta da 400 studenti, rappresentanti di 25 istituti scolastici da tutta Italia.

Con Nguyen abbiamo parlato di vita, letteratura e politica e di come il suo impegno di scrittore possa provare a cambiare le cose in un periodo storico di contrasti e incoerenze. E poi abbiamo parlato dei suoi modelli, delle fonti di ispirazione per il suo lavoro. Uno dei quali, Lobo Antunes, ha tenuto proprio in quell’occasione una lectio per aver ricevuto il Premio Bottari Lattes nella sezione La Quercia, sezione intitolata a Mario Lattes e dedicata a un autore internazionale che abbia saputo raccogliere nel corso del tempo condivisi apprezzamenti di critica e pubblico. Riconoscimento che, va ricordato, nel 2016 andò allo scrittore e saggista israeliano recentemente scomparso Amos Oz, per “la qualità letteraria e la verità umana dei suoi libri”.

Ho trovato in rete un passaggio in cui parli di Lobo Antunes e della sua lingua, della sua scrittura. Hai ammesso di esserti ispirato a lui per la stesura de Il Simpatizzante. Ci sono altri scrittori, oltre a lui, che hanno ispirato il tuo lavoro o di cui consiglieresti la lettura? Anche a fronte dell’attuale clima politico.

Lobo Antunes è stato sicuramente una della mie fonti di ispirazione maggiore e leggendo di lui ho scoperto che una delle sue maggiori fonti di ispirazione era stato Céline, e nello specifico Viaggio al termine della notte, quindi mi sono messo a leggere quel libro e anche quel libro ha contributo molto alla creazione del Simpatizzante, quindi mi sono accorto che non era una coincidenza il fatto che Celine avesse influenzato Lobo Antunes e poi entrambi avessero influenzato me. C’è un libro che tratta più o meno dei temi che tratto io, anche se più in chiave afro-americana, che si chiama Invisible Man, Uomo invisibile (Einaudi), scritto da Ralph Allison. È la storia di un uomo che lotta per trovare la sua identità, divisa tra queste due zone del mondo, cioè l’Africa e gli Stati Uniti.

Leggendo le interviste di Ralph Allison, ho scoperto che lui si era molto ispirato a un romanzo di Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Allora ho letto quel romanzo, che non avevo mai letto, e mi sono andato a rileggere I fratelli Karamazov con un’ottica diversa, e anche quei romanzi sono serviti a influenzarmi, sono stati una delle grandi fonti di ispirazione per la stesura del Simpatizzante. Per quanto riguarda Il Simpatizzante, è sicuramente un romanzo americano, ma io non lo vedo come “Il grande romanzo americano”. Perché? Perché ci sono delle forti componenti europee: Celine, Lobo Antunes, mi hanno aiutato a scrivere questo romanzo e quindi potremmo dire che Il simpatizzante è la versione europea di quello che può essere considerato Il grande romanzo americano.

Nei tuoi libri hai quasi sempre affrontato il rapporto con la storia e la memoria, personale e culturale. Che importanza ha per la tua scrittura? Perché la sensazione è che non si impari mai veramente dalla storia?

Sicuramente la mia scrittura si è sempre concentrata sui temi della storia e della memoria, anche perché sono un rifugiato vietnamita che è diventato cittadino americano, quindi sono molto consapevole delle due parti della storia americano-vietnamita, soprattutto se ci concentriamo sulla storia del conflitto che c’è stato negli anni 60 e 70 in Vietnam. Ho imparato, nella mia vita, che le persone hanno una memoria molto selettiva, soprattutto in periodi di guerra; ce l’ha sia chi ha subito quella guerra, sia chi l’ha perpetrata, quindi vietnamiti e americani. Io ho cercato di guardare in maniera più obiettiva possibile alle due parti della storia, ho cercato di interpretare la visione americana di quella parte di storia e la visione vietnamita; sia la visione che aveva vinto la guerra, sia quella che l’aveva persa, quindi nel racconto di ognuna di queste soggettività, la soggettività che scrive questo racconto, o che comunque ne parla, si identifica come la parte umana, mentre vedono gli altri, le altre parti, sempre meno umane.

Io mi trovo proprio al centro di tutto questo conflitto e sapevo che ogni parte raccontava una storia importante, ma allo stesso tempo ero scettico nei dettagli di queste diverse storie. Dato che io in un certo senso parteggio per tutte le parti in gioco, ho cercato di essere obiettivo, e dimostrane le singole debolezze; questo ho cercato soprattutto di farlo in un romanzo molto politico, che è Il simpatizzante. Per quanto riguarda invece I rifugiati, che è una racconta di racconti brevi, ho cercato di mostrare la memoria di una parte della popolazione. La parte della popolazione che aveva perso la guerra, ovvero la parte dimenticata da entrambe le altre parti. Quindi il mio intento era proprio portare alla luce queste storie che di solito vengono cancellate sia per quanto riguarda la memoria collettiva vietnamita, sia per quanto riguarda la memoria collettiva americana”.

Cosa può fare uno scrittore, o comunque la figura di un intellettuale come te, riguardo all’attuale crisi dei rifugiati? Oltre a scrivere, ovviamente.

In realtà la mia prima azione in quanto scrittore è scrivere, nel bene e nel male. Perché mi sento di fare qualcosa? Rispetto a molti altri scrittori contemporanei che si tolgono dall’impegno sociale e che non fanno nulla e non scrivono riguardo ai problemi impellenti della nostra società, io sento che scrivendo mi impegno attivamente; sia scrivendo letteratura che articoli. Cerco di scrivere cose molto politiche, quindi non ripudio l’atto di scrivere perché troppo superficiale, anche perché molti scrittori appunto non sono impegnati politicamente quando scrivono. E poi la mia più grande preoccupazione è quella di comunicare agli altri.

Con la serie di racconti I rifugiati voglio far capire alle persone come si sentono i rifugiati, come stanno, cosa pensano, come si sente una persona che è stata strappata dal suo paese e si trova in un paese nuovo; questo è quello che voglio comunicare, però allo stesso tempo devo confessare che mi sento un po’ in colpa, perché non sono attivo politicamente. Quando ero studente ero molto attivo, organizzavo manifestazioni, cortei, una volta sono stato anche arrestato durante degli scontri, e non è che adesso senta quelle azioni come meno forti. Sono diverse. Mi sono accorto, nella mia carriera di scrittore, che scrivere può avere un impatto molto importante. Quando il mio romanzo Il simpatizzante ha ricevuto questo largo consenso, mi sono reso conto che scrivendo potevo raggiungere molte più persone rispetto a quante potevo raggiungerne quando facevo attività politica, quindi ho grande rispetto per le persone che sono politicamente attive sul campo, però voglio sottolineare – e adesso ne capisco fondamentalmente l’importanza – il gesto, l’impatto trasformativo che può avere la scrittura.

In Italia c’è un po’ di resistenza riguardo ai racconti, che si dice non riescano ad avere lo stesso impatto dei romanzi sul grande pubblico; negli Stati Uniti, forse, questo problema c’è meno. Come credi si possa riuscire a superare questo ostacolo? Oltre a un secondo ostacolo o resistenza riguardo ai temi del libro, spesso appiattiti nell’attuale dibattito culturale.

In realtà anche negli Stati Uniti il genere del racconto breve incontra qualche problema. Ho scritto prima I rifugiati del Simpatizzante, anche se sono stati pubblicati dopo. Io ho un agente letterario e quando gli presentavo i miei racconti, mi diceva: “Beh, sono ben scritti, vanno bene, però prima dovresti scrivere un romanzo, per poi riuscire a vendere anche questi”. Quindi c’è anche negli Stati Uniti questo senso che il racconto breve sia un po’ il fratello minore del romanzo, che quindi non abbia la stessa dignità. Però, allo stesso tempo, i racconti sono molto apprezzati dagli scrittori stessi, che ne apprezzano la forma, l’immediatezza. Quindi li leggono molto gli scrittori ed è sorprendente come la gente abbia reazioni positive quando si mette a leggere racconti brevi che non hanno mai letto.

In realtà è un genere che se promosso piace, quindi il racconto breve, così come la poesia, vengono considerati generi non vendibili, per questo bisogna concentrarsi più che altro sul marketing. Penso che in Italia la situazione sia simile, ma allo stesso tempo il racconto breve può raggiungere un ampio ventaglio di persone. Persone che hanno diverse storie alle spalle, anche livelli di cultura diversi. I racconti sono un genere molto malleabile e per renderlo più vendibile, più che quello che possono fare gli scrittori, il compito spetta a giornalisti, media ed editori, che dovrebbero parlarne di più e promuoverli, perché in realtà il genere funzionerebbe se fosse reso più popolare. I rifugiati ha venduto più di 100 mila copie, quindi so per certo che c’è gente che l’ha letto e l’ha consigliato.

Stai già lavorando al tuo prossimo progetto? Le tematiche saranno sempre queste?

Sono a metà della stesura di quella che è la continuazione del Simpatizzante. La storia inizia proprio dove finisce l’altra. Ci spostiamo però a Parigi, nel 1981. Il mio protagonista continua questa sua lotta per capire chi è, per capire profondamente la sua identità, e questa volta deve confrontarsi con la cultura francese e il passato colonialista francese, anche perché lui è mezzo francese di padre e vuole venire a patti anche con questa sua componente. Quindi se nel primo romanzo mi sono concentrato più sulla dicotomia Stati Uniti-Vietnam, ora mi concentro di più sulla dicotomia Francia-Vietnam.

Category: Interviews

 

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