Viet Thanh Nguyen: ‘As a refugee, I’ll tell you how it is’

Viet Thanh Nguyen discusses his personal experiences and the state of refugees with Angelo Mastrandrea in this interview for il manifesto. There is an English version below the original article. 

Lattes, premiati Yu Hua e Antunes

Lo scrittore cinese Yu Hua è stato il vincitore del Premio Bottari Lattes Grinzane 2018 per la sezione Il germoglio, dedicata ai migliori libri di narrativa italiana o straniera pubblicati nell’ultimo anno. A scegliere il suo libro Il settimo giorno (Feltrinelli) sono stati 400 studenti selezionati da 25 istituti superiori da tutta Italia. Gli altri finalisti erano Andrei Makine con L’arcipelago della nuova vita (La Nave di Teseo), Michele Mari con Leggenda privata (Einaudi), Madeleine Thien con Non dite che non abbiamo niente (66thand2nd) e Viet Thang Nguyen con I rifugiati (Neri Pozza), intervistato in questa pagina. Fuori concorso, il premio La quercia è stato attribuito allo scrittore portoghese Antonio Lobo Antunes.

ANGELO MASTRANDREA

II Se è vero quel che ha detto giusto un anno fa da queste parti lo scrittore britannico Ian McEwan, che la letteratura porta con sé la dote, unica, di farti entrare nei panni degli al- tri, proviamo a fare quest’eser- cizio con l’americano-vietna- mita Viet Thang Nguyen – pre- mio Pulitzer nel 2016 con Il sim- patizzante – e a chiedergli, a mar- gine del premio Bottari Lattes Grinzane dov’è stato inserito nella cinquina finale, come ci si può sentire quando si sce- glie di salire su un barcone per sfuggire a una guerra, visto che a I rifugiati (pubblicato co- me il precedente da Neri Poz- za) ha dedicato un libro di rac- conti ed è stato lui stesso un boat people, come venivano chiamati i vietnamiti che scap- parono dopo la fine della guer- ra. Un termine coniato dai me- dia che lui non ha mai voluto usare perché, a suo parere, troppo «disumanizzante». Qual è la differenza tra un rifu- giato negli anni Settanta e uno di oggi, negli Stati Uniti? Ho una certa familiarità con questa condizione. Faccio par- te di quelle centinaia di miglia- ia di persone che sono fuggite su una barca. Era il 1975, avevo appena quattro anni, i miei ge- nitori erano poco più che qua- rantenni. In Vietnam avevano una vita agiata, hanno lasciato tutto quello che avevano co- struito, il loro passato. È stato traumatico per loro, perché do- vevano ricominciare e allo stes- so tempo pensare ai loro bam- bini, me e mio fratello. Si sono trovati in un campo militare di un posto che non conoscevano (hanno trascorso tre anni tra Fort Indiantown Gap e poi ad Harrisburg, in Pennsylvania, ndr), non parlavano la lingua e gli veniva portato un cibo per loro strano. Dal punto di vista mio, invece, era tutto diverso. I bambini sono molto resilienti, riescono a sopportare il dolo- re. Ho sofferto quando sono stato tolto ai genitori e affidato a uno sponsor. Poi, quando mi hanno restituito alla mia fami- glia, sono stato felice. Ero in un paese nuovo dove c’era la neve, feci nuove amicizie. I bambini non sanno niente del mondo, finché sono con i geni- tori per loro tutto è nuovo e bel- lo. Questo mi fa pensare alla

Un barcone di africani nel Mediterraneo foto LaPresse A destra, Viet Than Nguyen. Sotto, una rifugiata vietnamita in Malaysia nel 1979

«DA RIFUGIATO, VI SPIEGO COM’È»

Viet Thang Nguyen, dalla fuga al Pulitzer

Viet Thang Nguyen è nato in Vietnam nel 1971. Nel 1975 la famiglia è scappata dal paese orientale a bordo di un barcone ed è finita negli Stati Uniti. Per tre anni ha vissuto in Pennsylvania, a Fort Indiantown Gap, uno dei quattro campi allestiti negli Usa per accogliere i profughi in fuga dal Vietnam. Dal 1978 si è trasferito ad Harrisburg e infine in California, a San Josè, dove la famiglia aprì un negozio di prodotti vietnamiti. Nel 2016 ha vinto il premio Pulitzer con il suo primo romanzo, Il simpatizzante (Neri Pozza), incentrato sulla guerra in Vietnam. Il libro è stato un caso letterario negli Usa. L’anno dopo ha pubblicato I rifugiati (Neri Pozza). Insegna all’Università della California (Ucla), è condirettore del Diaspora Vietnamese artists network ed è blogger (il suo blog diaCRITICS si occupa di arte, cultura e politica vietnamita in patria e della diaspora). Inoltre, è membro del comitato scientifico del Center for Transpacific studiese dell’Ucla.

una divisione nella società, tra chi prova un sentimento di pie- tà e chi ne è spaventato. Vedo la stessa cosa anche da voi.

Lei ha affermato che non le piace il termine boat people. Perché?
Non ho mai voluto utilizzare il ter- mine boat people, che era molto in voga all’epoca, perché lo tro- vo disumano. Non bisogna di- menticare che la metà dei viet- namiti che scappavano sono morti. Sapevano tutti che si sa- rebbero lanciati in un viaggio disperato e allo stesso tempo eroico, bisogna chiedersi per- ché hanno deciso di farlo. Negli Usa abbiamo una visione eroi- ca degli astronauti, ma non pen- siamo che la loro possibilità di sopravvivere è molto superiore a quella dei rifugiati che salgo- no su un barcone. Dobbiamo provare a immaginare cosa si prova, come ci si sente a salire su una barca mettendo a ri- schio la propria vita. Chi scrive dovrebbe parlarne in termini eroici, come se questa esperien- za fosse un’odierna odissea. Lei si definisce un vietnamita «made in Usa». Che relazione ha conservato con il suo pae- se d’origine?

L’ho lasciato nel 1975 e sono tornato per la prima volta nel 2002. Fino al 2012 ci sono stato altre cinque o sei volte, come studente, scrittore e docente universitario (Nguyen insegna alla Ucla, l’Università della Ca- lifornia, ndr). Poi non ci sono più andato, perché I rifugiati è uscito censurato. Hanno can- cellato il racconto autobiogra- fico in cui parlavo della storia mia e dei miei genitori. Il Simpa- tizzante dovrebbe essere pub- blicato ma è molto critico con il Partito comunista, stiamo aspettando da aprile che ci di- ano una risposta. Tornerò so- lo quando i miei libri saranno pubblicati integralmente.

Lo scrittore Viet Than Nguyen aveva quattro anni quando i genitori fuggirono in barca dal Vietnam. Oggi racconta cosa si prova a lasciarsi tutto alle spalle e a doversi reinventare una vita

venimenti, non può o, per il ti- more sopra indicato, non vuo- le ritornarvi», ndr). Nel mondo ci sono 68 milioni di apolidi, 22 di questi sono tecnicamen- te rifugiati. Poi c’è n’è una sog- gettiva, vale a dire come ci si percepisce, come ci si sente, co- me si viene trattati. In ogni mo- do, si tratta di persone che non sono volute nel paese da cui provengono e non sono accet- tate nei luoghi d’arrivo. Io so- no molto solidale nei loro con- fronti, perché a mia volta sono stato un rifugiato.

Ci si può sentire rifugiati an- che quando non lo si è formal- mente?
Quella di rifugiato è una defini- zione precisa. Il mio lavoro si concentra sulle condizioni del- le persone che hanno vissuto la guerra e sono state costrette a fare delle scelte estreme in condizioni molto difficili. È chiaro che, al di là delle defini- zioni, a ciascuno di noi può ca- pitare nella vita di sentirsi non voluto. Credo ci siano dei tratti comuni tra quello che fa uno Stato, che può espellere o non far entrare delle persone, e quello che fa l’essere umano in alcune situazioni, espellen- do ad esempio delle persone dalla propria vita. Per evitare tutto ciò, credo dobbiamo lavo- rare molto, specialmente sui bambini.

In Italia negli ultimi mesi c’è stata un’impennata di atti di razzismo nei confronti di im- migrati, richiedenti asilo e ri- fugiati.

Non conosco con precisione la situazione italiana, ma non mi pare molto diversa da quello che accade negli Stati Uniti. An- che noi abbiamo dei flussi mi- gratori dal Messico e dall’Ame- rica centrale. Per questo si è creato un forte sentimento an- ti-immigrati ed è stato costrui- to un muro alla frontiera. C’è

politica dell’amministrazione Trump di separare i figli dai ge- nitori. Si può discutere di tut- to, ma non di privare un bam- bino della propria famiglia. Lei ha scritto che «in un paese dove i beni di proprietà erano l’unica cosa che contasse, non avevamo niente che ci ap- partenesse», tranne le storie. Come avete fatto?

I miei genitori dovevano uscire dal campo e trovarsi un lavoro, e allo stesso tempo prendersi cura di noi. Ancora oggi non so come siano riusciti a sopravvi- vere, anche se alla fine sono riu- sciti a ricostruirsi una vita persi- no migliore di quella preceden- te. Probabilmente quando non hai altra possibilità fai di tutto. Però so di altrettante persone che non ce l’hanno fatta. Una si- tuazione di questo genere pro- duce dei forti danni a livello per- sonale e familiare, ci sono degli abusi emotivi fortissimi.

«Io non sono un rifugiato», di- ce un commerciante di Alep- po sbarcato in Grecia al repor- ter Agus Morales – fondatore della rivista spagnola di gior- nalismo narrativo 5W – dando- gli il titolo a un suo libro (pub- blicato da Einaudi). È formal- mente un rifugiato, ma non si percepisce come tale. Lei in- vece rivendica apertamente il fatto di esserlo stato.

Lo affermo pubblicamente

Non ho mai usato
il termine boat people perché lo trovo disumanizzante. Bisogna scrivere di queste persone in termini eroici, come una moderna odissea

ogni volta che ne ho la possibi- lità. Esiste una definizione og- gettiva, quella fornita dalle Na- zioni Unite («Chiunque nel giu- stificato timore d’essere perse- guitato per ragioni di razza, re- ligione, cittadinanza, apparte- nenza a un determinato grup- po sociale o per opinioni politi- che, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la prote- zione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali av-

Here is the link to the interview.


Here is the link to the English version.

Interview. Viet Thanh Nguyen was 4 years old when his parents fled by boat from Vietnam. ‘Writers should talk about what refugees do in heroic terms: this experience is like an Odyssey for the modern day.’

Viet Thanh Nguyen: ‘As a refugee, I’ll tell you how it is’
written by Angelo Mastrandrea

The British writer Ian McEwan told us a year ago that literature offers the unique possibility of walking in another person’s shoes. We tried this exercise in our interview with the Vietnamese-American writer Viet Thanh Nguyen—winner of the 2016 Pulitzer prize for The Sympathizer—who came to Italy for the awarding of the Bottari Lattes Grinzane prize, for which he was one of the five finalists this year.

We asked him what it feels like to decide to get on a boat to escape war. His latest work The Refugees (published in Italy as “I rifugiati” by Neri Pozza, like his previous book) is a collection of short stories on this theme, the author himself having been one of the so-called “boat people,” though he dislikes the term.

What is the difference between a refugee in the ‘70s and one nowadays in the United States?

I have a certain familiarity with this condition. I am one of those hundreds of thousands of people who fled on boats. It was 1975, I was just 4 years old, and my parents were in their 40s. They had had a comfortable life in Vietnam, and they left behind everything they had built, their whole past. It was traumatic for them because they had to start again and at the same time think of their children, myself and my brother. They found themselves in a military camp, in a place they didn’t know, where they didn’t speak the language, and where they were given food that they found strange. [They spent three years there before settling down again, going through Fort Indiantown Gap and ending up in Harrisburg, Pennsylvania.]

From my point of view, however, everything was different. Children are very resilient, and they are able to withstand pain. I suffered when I was taken away from my parents and given to a sponsor. Then, when I was returned to my family, I was happy. I was in a new country, where there was snow, and I made new friends. Children know nothing of the world, and as long as they are with their parents, everything is new and beautiful to them. I cannot help thinking about Trump’s policy of separating children from their parents. The merits of any policy can be debated, but not one depriving a child of their family.

You wrote that, in a country where property was the only thing that mattered, your family had nothing that belonged to them—except for the stories. How did you manage?

My parents had to leave the refugee camp and find jobs, and take care of us at the same time. Even today, I don’t know how they managed to survive, but in the end they managed to rebuild their lives so that they were even better than their previous ones. It’s probably the case that when you have no other choice, you will just do it. But I know about many people who didn’t manage. Such a situation causes severe damage at the personal and family level—it brings powerful emotional abuse.

“I am not a refugee,” a trader from Aleppo who landed in Greece told journalist Agus Morales, the founder of the Spanish magazine 5W. He chose this statement for the title of his recent book (published in Italy by Einaudi). The Syrian in question is technically a refugee but doesn’t see himself as such. You, however, openly lay claim to having been one.

I say this publicly whenever I get the chance. There is an objective definition of the term, the one provided by the United Nations. There are 68 million stateless people in the world, and 22 million are technically refugees. Then there is a subjective definition: how one sees themselves, how they feel, how they are being treated. In any case, these are people who are not welcome in the country from which they left, and are not accepted at their destination. I have great solidarity with them, because I was a refugee myself.

Can a person feel they are a refugee even when they don’t meet the formal definition?

The legal definition of ‘refugee’ is one based on strict criteria. My work focuses on the condition of people who lived through war and were forced to make extreme choices in very difficult conditions. It is obvious that, going beyond the formal definitions, each of us can feel unwanted at particular points in our lives. I think there are common features between what a state does, which can expel or keep out particular people, and what an individual human being does in some situations, like when cutting off people from their lives. To prevent such things from happening, I think we have a lot of work to do, starting particularly from childhood.

In recent months, there has been a surge of racist acts in Italy against immigrants, asylum seekers and refugees.

I do not know the Italian situation in detail, but it doesn’t seem very different from what is happening in the United States. We also have migration flows, from Mexico and Central America. On account of this, a strong anti-immigrant sentiment has built up, and a border wall is being built. There is a division in society between those who feel compassion for migrants and those who are scared of them. I see the same thing in your country.

You have said you don’t like the term “boat people.” Why not?

I always avoided using the term “boat people,” which was very fashionable at the time, because I find it dehumanizing. We should not forget that half of the Vietnamese who fled died. They all knew that they were setting off on a desperate journey, and at the same time a heroic one. We need to ask ourselves why they decided to do it. In the US, we see astronauts as heroes, but we don’t realize that their likelihood of survival during space flight is much higher than for refugees getting on a raft. We must try to imagine what it’s like, what it feels like to get on a boat and risk your own life. Writers should talk about what refugees do in heroic terms: this experience is like an Odyssey for the modern day.

You call yourself a Vietnamese “made in the USA.” What relationship do you have with your country of origin?

I left in 1975, and returned for the first time in 2002. I went there five or six times until 2012, as a student, writer and university professor. Then I stopped going because The Refugees came out censored. They canceled the publishing of an autobiographical work in which I spoke about my story and my parents. The Sympathizer will probably be published, but it is very critical of the Communist Party, and we have been waiting for them to give us an answer since April. I will go back only when my books are published in full.

Category: Interviews

 

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