Confessions of a Sympathizer

Andrea Pitozzi reviews Viet Thanh Nguyen’s The Sympathizer. Originally published by La Balena Bianca.

Nella logica classica, “il paradosso del mentitore” descrive una frase la cui verità implica la negazione di ciò che si dichiara nell’enunciato. La prima formulazione di tale paradosso sembra essere attribuita a Epimenide di Creta (VI Secolo a.C.), che affermò: “i Cretesi sono bugiardi”. Il processo logico implica che se la frase è vera, allora il suo senso è falso, poiché un cretese (e quindi un bugiardo) non può che dire il falso. Di contro, se la frase è falsa, allora è vero l’opposto, cioè che “i cretesi non sono bugiardi”, ma Epimenide, affermando il contrario, mente e quindi è un bugiardo.

Il simpatizzante (2015), dello scrittore Viet Thanh Nguyen, sembra reggersi su una struttura simile, e si apre con una dichiarazione che pone subito una sorta di problema logico: «Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce», e quella che leggiamo è la confessione di quest’uomo. Ora, se è vero quanto affermato, tutto ciò che leggiamo deve essere messo in discussione, e non può essere preso per buono se non soltanto per una minima parte. In letteratura, un simile inizio sembra evocare un’altra confessione/memoria particolare: Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij. In quel caso la dichiarazione di apertura era «Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo» che connotava subito la voce narrante da un punto di vista morale, che procede poi attraverso due parti che rappresentano in se stesse una logica paradossale e ambigua. Allo stesso modo, nel caso di Il simpatizzante, la dimensione morale resta sempre sospesa nel percorso del lungo romanzo-confessione, che chiama di continuo il lettore a parteggiare – a simpatizzare – per il protagonista e allo stesso tempo a condannarne l’ambiguità.

Ma procediamo con ordine. L’autore, vietnamita naturalizzato americano, si occupa di English and American Studies and Ethnicity alla University of Southern California. Il simpatizzante, pubblicato negli Stati Uniti nel 2015 e presentato da Neri Pozza nell’ottima traduzione di Luca Briasco è il suo primo romanzo, e gli è valso il Premio Pulitzer 2016, oltre a numerosi riconoscimenti come miglior opera di fiction. Come si è detto, il libro è una confessione scritta da «un uomo con due menti», ovvero qualcuno che, proprio come l’autore, è diviso in due nella lingua e nella cittadinanza. Ma, a differenza dei molti libri di guerra usciti negli Stati Uniti e in traduzione negli ultimi anni – di cui ci siamo già occupati qui – non è né un memoriale né un’autobiografia. Infatti, il protagonista e voce narrante è un Capitano vietnamita che, durante i giorni dell’“aprile crudele” del 1975 – gli ultimi della Guerra del Vietnam – riesce a partire da Saigon per raggiungere gli Stati Uniti grazie all’aiuto del Generale della Polizia Nazionale (l’esercito ufficiale del Vietnam del Sud, alleato delle truppe americane). L’appoggio del Generale gli permette di fuggire dal paese nell’ultima, concitata fase della Guerra, quando i Vietcong (il fronte armato rivoluzionario popolare che combatté contro gli americani per quasi vent’anni) avanzavano per riprendere la città e instaurare un governo comunista nella nazione riunificata. Una volta negli Stati Uniti, tra gli ufficiali dell’esercito in esilio scattano epurazioni e vendette, e il giovane narratore, fidato esecutore degli ordini del Generale, si trova obbligato a compiere scelte difficili per riuscire a salvare la sua doppia appartenenza e non essere smascherato come “agente doppiogiochista”. Le sue frequentazioni e amicizie “americane” si compongono di ex-militari della Polizia Nazionale, reclutati come agenti per le operazioni della CIA, politici conservatori che non accettano i disastrosi esiti della Guerra in Vietnam, e altri personaggi magnificamente descritti nella loro limpida e quasi banale piattezza e univocità. Il narratore, invece, inaffidabile e sfaccettato per sua stessa ammissione, vive sul filo tra la fiducia cieca affidatagli da chi sta dalla parte del Generale, e le sue lettere, rapporti scritti per il “misterioso” Comandante Vietcong che figura come “destinatario” della confessione fin dalle prime pagine del libro. Così, anche la quotidianità del nostro confessore si divide tra l’azione e il fare del presente (modi tipicamente americani) e la riflessione e la scrittura – sebbene in codice – che invece si rivolge a un tempo e un luogo lontani, e richiama continuamente alla memoria il passato.

Il tempo, infatti, si modifica di continuo lungo il romanzo, creando sovrapposizioni e coalescenze quasi proustiane – il sapore di una zuppa cucinata secondo la tradizione diventa un portale temporale verso il passato che si apre nella sala di un ristorante vietnamita a New York. E il riferimento ormai logoro e abusato al famoso episodio della Recherche contribuisce a rendere l’idea di una cultura fatta in buona sostanza di luoghi comuni e pillole ad uso di una società che ha per vocazione il consumo di tutto al fine di conservare e rimacinare tutto. Ancora una volta, non è dato sapere da che parte stia l’autore – né quello implicito della confessione, né quello esplicito del romanzo che abbiamo tra le mani –, e questo rende il tutto più interessante. Il giudizio sulla società americana degli anni ’60 e ’70 oscilla continuamente tra le prospettive filo- e anti- che hanno contraddistinto il periodo della Guerra Fredda, ma non arriva mai a un’adesione definitiva all’una o all’atra “fede”. Emblema di questa sospensione del giudizio è la consulenza e la collaborazione che il narratore instaura con il regista americano (il Grande Autore) per la preparazione di un film sulla guerra del Vietnam. Inutile dire come il riferimento – per altro esplicitato nei ringraziamenti – sia alla realizzazione di Apocalypse Now di Coppola. Qui, il cinema viene sì considerato nella sua forma di strumento ideologico tipico del grande sistema americano, ma allo stesso tempo le sue luci e le sue star, la possibilità di ricreare mondi e ricordi, e la naturalezza con cui si può affermare qualsiasi cosa da dietro una macchina da presa, attraggono il giovane narratore, che anche in questo caso resta diviso tra ammirazione e odio per il Grande Autore.

Proprio la descrizione della relazione con il cinema, inoltre, è uno dei punti di svolta del romanzo, e introduce uno dei suoi temi portanti, quello della rappresentazione. Da accademico americano che si occupa di studi culturali, Viet Thanh Nguyen ha certamente ben presente le teorie marxiste e post-marxiste sulla visibilità e la rappresentazione dei popoli oppressi e subalterni “ad uso” di quella che Gramsci chiamava “egemonia culturale”. I riferimenti al retroterra teorico marxista infatti non mancano, e il discorso sulla rappresentazione viene introdotto a partire da Marx. Nel gioco delle rappresentazioni che procede per tutto il libro trovano spazio figure come quella del capo dipartimento dell’università dove il narratore era stato mandato a “studiare” la mentalità americana, che si fa portavoce “indiretto” di una prospettiva stereotipica basata sullo schema noi/loro, riportato graficamente a pagina 91 dell’edizione italiana.

La confessione che leggiamo, ma anche le azioni descritte, i dialoghi e le riflessioni riportate sono il tentativo di proporre non tanto una contronarrazione, quanto piuttosto una narrazione che sfugge a ogni possibile definizione e schieramento, ed è perciò sempre sovversiva. Il problema della rappresentazione pone allora il dubbio sugli strumenti di rappresentazione, che assumono lo stesso valore degli strumenti di produzione nel sistema del pensiero marxista, ma, anziché contrastare o capovolgere il sistema, la scelta del protagonista è quella di uscire dal gioco delle parti, o di tenerle sempre aperte tutte contemporaneamente. Infatti, la rappresentazione che viene messa in campo nella confessione resta continuamente multipla. Nelle pagine del libro, tutto passa attraverso una rappresentazione che si configura principalmente attraverso un insieme di stereotipi da superare e da sciogliere. Ma questi stereotipi sono necessari per tenere aperta la possibilità di uno scarto, di un superamento. Ogni frase, ogni giudizio sulla cultura orientale o su quella occidentale che si ricava dal libro deve essere ricondotto al paradosso di fondo, che non ha lo scopo di imporre una verità, quanto piuttosto di mettere in dubbio ogni posizione e affermazione apertamente schierata. La filosofia del personaggio è quindi riassunta nelle sue stesse parole: «non sono sempre d’accordo. Ma non dissento su nulla».

Come si supera tale impasse? Attraverso una scrittura posta sotto il segno dell’ambiguità e dell’ambivalenza costante, sia di chi scrive sia di ciò che è scritto. Il simpatizzante rilancia quindi la sfida a compiere un gesto difficile: uscire dalla logica duale noi/loro che ha contraddistinto e contraddistingue tuttora molta letteratura di guerra, per sollevare il dubbio – e la possibilità – di uno sguardo plurale e spurio, in grado di tenere aperte le contraddizioni e «considerare le cose da due punti di vista». Il paradosso da cui siamo partiti dunque si scioglie nella scrittura, in un superamento della prospettiva che si concretizza nello stile e nella forma dell’ultima parte del romanzo, dove la confessione del narratore, la sua voce e le sue parole sembrano sollevarsi al di sopra di ogni posizione radicata, restando in una tensione infinita. Così, anche l’epigrafe iniziale tratta dalla Genealogia della morale di Nietzsche trova un nuovo senso: un appello ad essere veramente «al di là del bene e del male» o, più prosaicamente, oltre ogni opposizione tra buoni e cattivi. Solo da questa prospettiva difficile e scomoda, una prospettiva bastarda, come il protagonista del libro, ci si può permettere non tanto di giudicare, ma di parlare di una guerra, che, come sempre accade, significa poi parlare della Guerra.

Il paradosso è così superato da Viet Thanh Nguyen attraverso l’adozione di un pensiero e una scrittura paradossali, moltiplicati e divisi tra culture e ideologie diverse e contrapposte. Ciò non significa che Il simpatizzante sia un invito a non prendere parte o a non schierarsi; piuttosto è un invito a esercitare l’arte del dubbio, della messa in questione delle parti, della valutazione complessa sulle cose: in definitiva, accettare la possibilità di non appartenere, e difendere questo diritto.

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